Non c’è rappresentanza governativa per l’Agenda Digitale. Conta solo la tv, ancora?

di alex il 3 maggio 2013

C’è qualcosa che farebbe risparmiare 19 miliardi di euro all’Italia ogni anno, secondo il Politecnico di Milano, ma la politica continua a considerarla una cosa di secondo piano- per ignoranza o per interessi opposti e televisivi: l’Agenda Digitale.

 

La conferma si è avuta con l’ultima squadra di governo. Da più parti, esperti, accademici, tecnici dei ministeri, avevano chiesto a Letta di individuare una figura politica con il compito di favorire l’attuazione dell’Agenda digitale, un pacchetto di norme che manca ancora di una 30ina di decreti attuativi e rischia rallentamenti per l’inerzia politica.

 

E invece: non un sottosegretario, né un viceministro incaricato direttamente di questi ruoli. Nessuno per altro, nella squadra del governo, si è distinto per un ruolo innovativo. Eppure c’erano candidati autorevoli, come Meloni (PD), Sacco (Scelta civica e docente Bocconi). Anche in questo governo, il digitale è rappresentato solo nella sua chiave telefonica o televisiva. Internet e le reti, che tanto potrebbero fare per il pil e la società secondo gli studi internazionali, non hanno rappresentanza.

Invece ci sono Giampiero D’Alia (Funzione Pubblica) noto anche per una proposta di legge censoria sul web. E Pietro Grasso, Presidente del Senato, che ha ipotizzato l’opportunità di leggi speciali per assicurare maggior sicurezza al Web.  Laura Boldrini vuole combattere l’anarchia del web. Le prime dichiarazioni del governo sul digitale sono di attacco, lungi dal voler valorizzare il potere innovativo dei nuovi media per la società, la pubblica amministrazione, l’economia

 

Articoli correlati:
  1. Il dilemma di una nuova governance del digitale
  2. Agenda digitale, stato dell’arte dei ritardi

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new maggio 7, 2013 alle 16:24

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